Arnaldo Pomodoro: la perfezione sopra la crepa

Il 22 giugno 2025, alla vigilia dei suoi novantanove anni, Arnaldo Pomodoro ha chiuso per sempre lo studio di via Vigevano lasciando aperto, però, il varco che le sue sculture insegnano a cercare: quello fra superficie levigata e profondità inquieta. I necrologi ricordano la lunga avventura dell’ingegnere diventato scultore, l’uomo che dal dopoguerra portò il bronzo a riflettere il nostro tempo con fenditure e ingranaggi nascosti, consegnandoci “Sfera con Sfera”, presente dal Cortile della Pigna dei Musei Vaticani alla sede delle Nazioni Unite di New York. Eppure la notizia non segna una fine: l’artista se n’è andato, ma l’opera continua a produrre interpretazioni e interrogativi, come un algoritmo impossibile da arrestare.

Di quelle sfere magnetiche colpisce la pelle: lucida, impeccabile, riflette il cielo, le piazze, chi passa. Ma basta un passo in più per scoprire lo squarcio, la frattura che rivela un universo interno caotico, quasi uterino: pilastri, cremagliere, labirinti. Pomodoro diceva che in quel contrasto c’è la storia dell’umanità, l’eterna dialettica fra ordine e disordine. E proprio qui, da amante dell’arte e da professionista del personal branding, trovo il parallelo più fecondo.

Anche il branding personale si presenta al mondo con una pelle tersa: un discorso fluido, un portfolio ben curato, un feed che sembra nato già armonico. Chi guarda da fuori coglie la coerenza, la facilità con cui un esperto maneggia il proprio mestiere e pensa: “Che semplicità!”. Ma quell’apparente semplicità è il prodotto di un grembo di complessità – la stessa complessità che Pomodoro fissa nel bronzo. Dentro la sfera del professionista convivono anni di studio, fallimenti brucianti, notti spese a riscrivere, mentori trovati e perduti, libri sottolineati, corsi seguiti, intuizioni che arrivano e se ne vanno. È la sovrapposizione di ruvidità interiori a generare lo smalto esterno; senza la pressione di quelle ruvidità la superficie non avrebbe ragione di essere.

Guardare le sfere di Pomodoro ci ricorda allora che il personal branding non è maquillage, ma il risultato plastico di una stratificazione vitale. Per questo nella strategia non basta mostrare ciò che luccica: occorre far intravedere la fenditura, l’ingranaggio che fa girare la sfera. Non si tratta di esibire cicatrici per esibizionismo, bensì di rivelare la profondità che rende credibile la promessa di valore. Mostrare la crepa significa dare prova di solidità: chi ha attraversato il caos interno e l’ha trasformato in forma liscia diventa affidabile agli occhi di chi cerca competenza e visione.

Il lascito di Pomodoro ci consegna dunque una bussola: coltivare la bellezza della superficie senza censurare la tensione sottostante. Ogni biografia professionale, come ogni bronzo dell’artista, ha il dovere di reggere lo sguardo del pubblico e, al tempo stesso, di sfidarlo ad avvicinarsi per capire cosa succede sotto. Così il mondo ha perso l’uomo, ma non il laboratorio di senso che continua a germinare dalle sue opere; e noi, chiamati a costruire il nostro brand personale, possiamo scegliere se restare solo lucidi o accettare la crepa come segno di autentica perfezione. Perché, alla fine, ciò che appare intatto acquista significato solo quando rivela di essere stato attraversato dal dubbio e dalla fatica: la perfezione, oggi, vive sopra la frattura, non altrove.

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